Emergenza PFAS e TFA (acido trifluoroacetico): come abbatterli nell’acqua di casa

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Non tutti sanno che il TFA, un composto PFAS a catena corta, si sta diffondendo rapidamente nelle fonti e risorse idriche, insieme ad altri inquinanti emergenti che fino a pochi anni fa erano quasi sconosciuti. Oggi la scienza e le autorità stanno portando alla luce la presenza di queste sostanze nell’acqua che beviamo ogni giorno: scopri cosa sapere sull’acido trifluoroacetico e quali soluzioni esistono per ridurre la concentrazione di PFAS.

Cosa sono gli inquinanti emergenti dell’acqua

Negli ultimi anni il tema della qualità dell’acqua ha acquisito una nuova centralità, non solo per la crescente attenzione dei consumatori, ma soprattutto per l’insorgere dei cosiddetti “inquinanti emergenti”: sostanze che fino a pochi anni fa non venivano considerate nelle analisi di routine, ma che oggi sono oggetto di studi e controlli sempre più approfonditi.

Tra questi, una particolare attenzione è riservata ai PFAS (sostanze perfluoroalchiliche): noti anche come “inquinanti eterni” proprio per la loro capacità di persistere nell’ambiente per decenni, sono stati rinvenuti nell’acqua potabile e in numerosi alimenti comuni

Non tutti i composti riscontrabili nelle acque destinate al consumo umano, infatti, devono necessariamente destare preoccupazione: alcune sostanze, tra cui sali minerali o piccole quantità di nitrati, sono normalmente presenti e non pongono rischi se stabiliti entro i limiti di legge. Ma la presenza di PFAS solleva perplessità nella comunità scientifica e nelle istituzioni europee, che hanno iniziato a riconoscerli come una priorità da gestire.

PFAS: come sono classificati e regolamentati

I PFAS (sostanze per- e poli- fluoroalchiliche) costituiscono una famiglia di composti chimici utilizzati per decenni in numerosi settori industriali: dai rivestimenti antiaderenti ai tessuti tecnici, fino alla produzione di schiume antincendio e prodotti fitosanitari

Dal punto di vista chimico i PFAS si dividono principalmente in due categorie: PFAS a catena lunga e PFAS a catena corta, in base al numero di atomi di carbonio presenti.

  • I PFAS a catena lunga, come il PFOA e il PFOS, sono quelli più studiati e spesso associati ad una maggiore capacità di bioaccumulo negli organismi viventi. 
  • I PFAS a catena corta, come il PFBS e il TFA (acido trifluoroacetico), sono stati introdotti più recentemente, ma la loro elevata solubilità nell’acqua facilita la diffusione nell’ambiente, in particolare nelle falde acquifere e nelle risorse idriche.

A livello europeo la regolamentazione dei PFAS ha subito una forte accelerazione negli ultimi anni. Attraverso la Direttiva 2020/2184 l’UE ha introdotto nuovi parametri per le acque destinate al consumo umano: tra questi, la misurazione del PFAS totale (con un limite di 500 nanogrammi per litro a partire dal 2026) rappresenta una novità significativa. 

Alcuni tipi di PFAS sono inoltre soggetti a restrizioni, perché ritenuti particolarmente critici per la loro persistenza e potenziale tossicità. Le autorità europee stanno lavorando per inserirli nell’elenco delle Sostanze Estremamente Preoccupanti (SVHC) secondo il regolamento REACH, e per aggiornarne la classificazione in base alle nuove evidenze scientifiche, con particolare attenzione agli effetti sulla salute umana e sull’ambiente.

TFA (acido trifluoroacetico): cos’è e dove si trova

Tra i PFAS, l’acido trifluoroacetico (TFA) rappresenta uno dei composti più discussi a livello internazionale. Il TFA è una molecola a catena ultra corta, estremamente solubile in acqua e resistente ai processi di degradazione: proprio per queste caratteristiche è diventato, secondo diverse ricerche, il PFAS più presente nelle acque a livello globale.

L’acido trifluoroacetico deriva principalmente dalla degradazione di altri PFAS, in particolare pesticidi fluorurati e gas refrigeranti, ma viene anche impiegato in alcuni processi industriali (tra cui la sintesi di farmaci). A differenza dei PFAS a catena lunga il TFA non tende ad accumularsi nei tessuti, ma la sua ubiquità e persistenza sono motivo di allerta.

  • Una recente indagine promossa da Greenpeace e PAN Europe ha evidenziato come il TFA sia ormai onnipresente nell’ambiente, costituendo oltre il 98% dei PFAS totali rilevati in alcuni campioni d’acqua (superficiale e di falda) prelevati da 10 paesi europei, con concentrazioni che raggiungono anche i 3.300 nanogrammi per litro. Non solo: il TFA è stato rilevato anche nei mari, nei ghiacci, nell’aria, nell’acqua potabile, in alcuni alimenti (succhi, puree, birra, tè, frutta e verdura) e persino nel sangue umano.
  • Anche in Italia il TFA ha iniziato a richiamare l’attenzione. Uno studio indipendente condotto da Altroconsumo, su 21 marchi di acqua minerale naturale, ha rilevato la presenza di TFA in diverse bottiglie: 5 noti brand sono stati penalizzati per livelli eccessivi, mentre solo 11 acque imbottigliate hanno ottenuto un giudizio positivo. Questi risultati sottolineano come il problema non riguarda solo l’acqua potabile del rubinetto, ma anche le acque minerali che molti scelgono per fiducia e praticità.

L’attuale mancanza di un limite specifico per il TFA, sia nell’acqua potabile sia in quella minerale, alimenta i timori rispetto ai suoi possibili effetti a lungo termine: la sua ampia diffusione e la crescente attenzione da parte di cittadini e istituzioni confermano l’urgenza di adottare strategie efficaci per limitarne l’assunzione e ridurne l’impatto ambientale.

Cosa fare per abbattere TFA e PFAS dall’acqua

Gli PFAS rappresentano una sfida concreta per chi desidera portare sulla propria tavola acqua di qualità, libera da possibili sostanze indesiderate; oggi però è possibile ricorrere a soluzioni di nuova generazione, sviluppate proprio per rispondere a queste esigenze.

I sistemi filtranti dell’acqua domestica, basati su tecnologie di filtrazione avanzate, sono progettati per abbattere la concentrazione di PFAS, microplastiche ed altre eventuali impurità presenti nell’acqua di rubinetto, specialmente laddove le tubature siano vecchie e usurate o vi sia un possibile rischio di inquinamento dopo il punto di erogazione.

Grazie alla nanofiltrazione, il dispositivo Goccia di Nanosystem migliora le proprietà organolettiche dell’acqua, incentivandone il consumo direttamente dal rubinetto e riducendo la concentrazione di PFAS sotto gli indici di rilevabilità

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